• Uno, centomila e nessuno. Se il volto è una questione d’identità

    by  • 22 ottobre 2013 • Marchi e Produzione, Provocazione e Protesta, Società e costume, Tecnologia e giochi • 0 Comments

    Prendo in prestito, giocandoci, il celebre titolo di Luigi Pirandello per raccontare la storia di questa maglietta e il difficile rapporto tra la faccia e il nome di noi poveri esseri umani ai tempi di Facebook e di una tecnologia sempre più invadente.


    In alto: Immagine di Simone C. Niquille

    Come difendere la nostra identità dalla pubblica piazza? Nel romanzo di Pirandello la soluzione era scomparire, diventare “nessuno” per non essere “centomila”. Oggi la risposta potrebbe la stessa, scomparire, ma stavolta nel senso contrario: diventare “centomila” per essere “nessuno”.
    Questa almeno è l’idea di Simone C. Niquille, una giovane designer che ha realizzato le t-shirt RealFace Glamoflage con il preciso obiettivo di mettere in crisi il sistema di riconoscimento facciale di Facebook. Le magliette, attualmente in commercio, sono parte di un progetto di tesi al Sandberg Institute di Amsterdam intitolato FaceValue e sono il tentativo di tutelare la privacy degli utenti dal sistema di Auto-Tagging di Facebook, attraverso un aumento di informazioni (in questo caso di volti umani) che renderebbe il viso di chi le indossa meno o per niente riconoscibile e dunque non associabile né al nome né all’identità del proprio profilo utente.
    È il gioco della maschera, il volto, e del suo nome che in Pirandello venivano rifiutati in nome di una difesa interiore e profonda mentre nella t-shirt di Niquille, vengono accentuati con lo scopo di creare confusione nascondendo l’identità reale.


    In alto: Immagine di Simone C. Niquille

    In fondo, quello della protezione della nostra privacy e della nostra immagine sta diventando sul serio un problema da affrontare. Non c’è soltanto Facebook o Internet in generale; ci sono ad esempio le telecamere di sorveglianza sparse per il territorio urbano, i sempre più diffusi droni per le riprese aeree, gli smartphone e ovviamente i Google glass.
    Per questo motivo, secondo molti, una delle eventuali soluzioni sarebbe da ricercare nella possibilità di intervenire direttamente sulle persone piuttosto che sulle tecnologie, ormai poco controllabili, proprio come in questo studio di camuffamento anti-drone.
    Già William Gibson aveva immaginato nel suo romanzo Zero History (Penguin UK, 2010) una maglietta simile capace di eludere i sistemi di sorveglianza a circuito chiuso. Nel libro si parla di una “ugly t-shirt” ma anche di “the ugliest t-shirt in the world” come si legge anche in questa intervista all’autore. Non ho letto il libro ma la relazione tra queste due t-shirt mi sembra davvero molto interessante.
    E interessante è anche la scelta della t-shirt rispetto ad altri capi, dovuta, come dice la stessa Simone, alla sua immediatezza e comodità nell’uso quotidiano. Come a cercare una soluzione semplice a un problema complesso, senza dimenticare Gibson e le prime magliette mimetiche usate nella seconda guerra mondiale.

    Grazie ad Andrea per la segnalazione.

    Fonti e link utili:
    Weird T-Shirts Designed To Confuse Facebook’s Auto-Tagging di Kyle VanHemert su Wired
    Facebook-fooling shirts to foil auto-tagging di Cory Doctorow su Boing Boing
    Dazzle Camouflage

     

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