• Due magliette rosse contro la dittatura

    by  • 22 ottobre 2017 • Politica e Propaganda, Provocazione e Protesta, Sport, Storia della t-shirt • 0 Comments

    Difficile che una t-shirt possa cambiare il corso della storia o che riesca a trasformare un dittatore in una persona sana di mente, ma in fondo Adriano Panatta e Paolo Bertolucci non aspiravano a tanto quando scelsero di entrare in campo vestiti di rosso. La loro fu “soltanto” una grande risposta.


    In alto: Paolo Bertolucci, Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta (Fonte

    Di magliette usate come strumento di protesta e provocazione ce ne sono state tante nella storia, seppur recente, di questo capo d’abbigliamento.
    Scritte, immagini e interventi di vario genere, in passato, hanno sfruttato le potenzialità comunicative ed espressive della t-shirt, trasformandole in veri e propri manifesti in movimento: dagli anni Sessanta con i primi slogan scritti a mano fino agli anni Settanta punk delle magliette strappate di Vivienne Westwood e compagni; dalle scritte giganti di Katherine Hamnett dei primi anni Ottanta alle migliaia di t-shirt, come queste e queste, oggi realizzate e indossate per pro forma o per sincera partecipazione.
    Il 18 dicembre 1976 a Santiago del Cile, però, non c’era nulla sulle magliette se non un colore, un semplice colore rosso che da solo riuscì a colpire più di tante parole urlate insieme.

    Quel giorno nella capitale cilena si disputava la finale della Coppa Davis tra Italia e Cile e in particolare il doppio tra le coppie Panatta-Bertolucci e Cornello-Fillol. L’Italia era già avanti di due vittorie a zero e se quel giorno avesse vinto anche il doppio avrebbe conquistato la sua prima Coppa Davis.
    Ma non esisteva soltanto quello che succedeva in campo visto che c’era anche una questione politica a tenere alto l’interesse su quell’evento. Ormai da tre anni il Cile, dopo il colpo di stato dell’11 settembre1973, era sotto la dittatura di Augusto Pinochet e non tutti in Italia erano d’accordo con la partecipazione della squadra italiana alla finale di Coppa Davis.


    In alto: Paolo Bertolucci e Adriano Panatta durante la finale (Fonte)

    Nei mesi precedenti alla finale il clima generale intorno a questo argomento fu molto teso e ci furono minacce, boicottaggi, manifestazioni di piazza e dichiarazioni politiche da ambo le parti. Per strada, sui media nazionali e locali e durante eventi di vario genere, per molto tempo, si alternarono voci contrarie secondo cui l’eventuale partecipazione avrebbe rappresentato una legittimazione ufficiale della dittatura e un annullamento dei suoi crimini, e voci favorevoli che, al contrario, vedevano nella partecipazione la speranza di una storica impresa e, allo stesso tempo, la possibilità di togliere al regime di Pinochet un trofeo internazionale che di fatto sarebbe rimasto nella storia del tennis.

    Insomma la questione era molto sentita e alla fine, tra mille polemiche e dopo l’invito a partecipare e a vincere arrivato direttamente dal Partito Comunista Cileno in clandestinità, La Federazione Italiana Tennis confermò la partecipazione della squadra italiana dando inizio alla sua avventura sportiva.
    La finale si giocò nello stadio del Tennis, all’interno dello stesso complesso dell’Estadio Nacional de Chile, lo stadio trasformato solo tre anni prima in campo di prigionia dall’esercito cileno. L’atmosfera, come ha raccontato Panatta stesso, era pesante e si avvertiva, soprattutto nelle persone del luogo, una sensazione generale di controllo e paura.
    In quella condizione e con due partite già vinte, la mattina del 18 dicembre, dentro gli spogliatoi, Adriano Panatta propose al suo compagno di doppio Paolo Bertolucci di indossare le maglie rosse anziché di un altro colore e quest’ultimo, nonostante un’iniziale timore per le possibili ritorsioni da parte dei militari, accettò.


    In alto: Paolo Bertolucci e Adriano Panatta durante la finale (Fonte)

    Oltre a quella rossa, infatti, i due tennisti avevano in dotazione anche le maglie blu, verdi e bianche, ma il rosso era il colore della rivolta e della speranza ed era soprattutto il colore dei fazzoletti che le donne cilene sventolavano, durante le proteste contro il regime, per ricordare i loro desaparecidos, fratelli, mariti e figli scomparsi nel nulla.
    Quel giorno in quel campo la scelta di Panatta fu una sfida parallela a quella sportiva, una protesta sottile, la sua risposta silenziosa e vincente alle ingiustizie di un regime e alle polemiche dei mesi passati.
    Fu una provocazione nascosta ma efficace che provocò una protesta formale delle autorità cilene al governo italiano e, che a mio parere, resta ancora oggi un grande esempio di coraggio politico e partecipazione sociale.

    Al ritorno in Italia l’accoglienza fu abbastanza fredda, tutti volevano chiudere il caso e quasi nessuno parlò delle magliette rosse.
    I media non riconobbero in quel gesto un atto di protesta politica, forse anche perché i due giocatori, all’inizio del quarto e ultimo set, decisero di cambiarsi e indossarono le maglie blu.
    Con quelle vinsero e festeggiarono la prima controversa Coppa Davis dell’Italia.

     

    Di seguito il film documentario La maglietta ROSSA di Mimmo Calopresti del 2009 (fonte: Film&Clips), in cui il regista unisce una serie di interviste a bellissime riprese originali.
    Più avanti un video della canzone Due magliette rosse dei Modena City Ramblers con estratti di filmati originali.

     

    Ci sono molte altre fonti online su cui approfondire questa storia. Segnalo di seguito una selezione di filmati e articoli:

     

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