• T-shirt contro lo sporco

    by  • 17 Gennaio 2010 • Bianche, Marketing e Pubblicità • 13 Comments

    Dopo la campagna di sensibilizzazione promossa nelle Filippine, arriva dall’Indonesia un altro esempio comunicazione non convenzionale in formato maglietta.


    La comunicazione che oggi viene comunemente definita “non convenzionale”, offre scenari molto interessanti sia per chi la fa sia per chi la riceve.
    Da una parte nuove e infinite possibilità di immaginare e progettare, dall’altra nuove e originali forme di richiamo e partecipazione, in un rapporto sempre più diretto tra persone e prodotti.
    In questo caso, l’obiettivo è di pubblicizzare il detersivo Bayclin e la sua capacità di eliminare qualsiasi macchia dai tessuti. L’idea è quella di ricoprire una maglietta con tanti post-it® ognuno dei quali contrassegnato dal nome di una macchia, associando a questi la stessa funzione coprente dello sporco.
    Esposta, la t-shirt avrà il compito di attirare i passanti che incuriositi si avvicineranno per leggere e per togliere un post-it® alla volta, ripulendo progressivamente la maglietta da tutte le macchie.
    In questo modo le persone avranno vissuto in prima persona i vantaggi del prodotto contribuendo direttamente all’effetto finale.

    Altre info qui.

     

    13 Responses to T-shirt contro lo sporco

    1. LVP
      18 Gennaio 2010 at 12:28

      Ho letto ieri questo post e sono rimasta un pò perplessa…

      "In questo modo le persone avranno vissuto in prima persona i vantaggi del prodotto contribuendo direttamente all’effetto finale".

      Boh, per  vivere in prima persona i vantaggi del prodotto bisognerebbe usarlo… magari manco di fantasia 0_0

    2. klauser
      19 Gennaio 2010 at 17:28

      Forse un po’ 😀

      Parlavo di un’esperienza emozionale e non letterale.
      L’originalità sta nel gioco della metafora e nell’interazione con le persone, senza la quale l’operazione stessa avrebbe poco senso.

    3. utente anonimo
      20 Gennaio 2010 at 15:48

      Klauser, ti rendi conto che sembri Lapo Elkan con i suoi occhiali (“prodotto innovativo”) quando parli di ‘esperienze emozionali’ ! Ma che significa? un detersivo? Ma vogliamo smetterla di considerare le persone come dei polli d’allevamento?

    4. klauser
      22 Gennaio 2010 at 12:18

      @ Anonimo
      Partendo dal fatto che le “marche” esistono, i “prodotti” esistono e che la “pubblicità” esiste, credo che una delle possibilità per non considerare le persone come “polli d’allevamento”, nel loro rapporto quotidiano con i beni di consumo, sia proprio quello di renderli partecipi del messaggio pubblicitario e dunque “necessarie” alla riuscita della sua comunicazione.
      Cosa significa che è un detersivo? A patto che sia un’azienda “seria‚, non può pubblicizzare i suoi prodotti?
      Quello che io trovo interessante è che per farlo non abbia fatto ricorso a un semplice corpo nudo oppure a una ovvia immagine di vestiti puliti.

    5. utente anonimo
      22 Gennaio 2010 at 22:32

      Caro Klauser,
      che differenza c’e’ tra te ed un funzionario del ex di ministero della propaganda? tu che cerchi di vendere detersivi o i formaggini mio pasoliniani? La mia e’ certamente una provocazione, ma ti rendi conto che stai difendendo qualcuno che cerca di educare e quindi di omologare le persone al consumo? Pubblicizzando anche con un semplice giochino un banale detersivo comunque vorresti indurre la gente ad una determinata visione del mondo. In fondo cosa ha dato potere al Berlusca? le televisioni in se’? Banale e stupido. E’ stata la pubblicita’  e la cultura che si cela in essa. Bisognerebbe rileggersi o leggersi Pasolini al riguardo e soprattutto definirsi acquirenti invece che consumatori.

    6. klauser
      23 Gennaio 2010 at 23:28

      Condivido il pensiero di Pasolini nel suo attacco alla società omologata e concordo sulla pericolosità di certa televisione, ma non ho capito cosa c’entra tutto questo con il post, in cui ho solo apprezzato un esempio, a mio parere originale, di pubblicità.
      Ci trovo tanta confusione e tanta ideologia in quello che scrivi. Leggo nomi, “teorie”, attacchi e prese di posizioni, secondo me, poco legati tra loro e soprattutto utilizzati nel contesto sbagliato.

    7. utente anonimo
      23 Gennaio 2010 at 23:49

      Caro Klauser,
      no, tu dimostri di non conoscere il pensiero di Pasolini.
      Cosa c’e’ di ideologico o confuso in quello che ti dico? spiegati.
      "Parlavo di un’esperienza emozionale e non letterale.
      L’originalità sta nel gioco della metafora e nell’interazione con le persone, senza la quale l’operazione stessa avrebbe poco senso."
      Ho compreso che ti piaceva la pubblicita’ pedagogica. Io invece la detesto. Perche’ la detesto? C’e’ un desiderio di insegnare, di dirigere e quindi di omologare la persona che diviene consumatore. Moltiplicata per 100000 pubblicita’ diverse, sempre con lo stesso intento, si e’ generata una societa’ che pensa sulla base di stimoli neanderthaliani. Forse che il mulino bianco non utilizza la consulenza di Alberoni, il sociologo?
      Un’esperienza emozionale un detersivo? Si fa solo del male alla gente a pensare in questo modo. Ricordati che prima o poi sarai anche tu dalla parte sbagliata.
      Con affetto

    8. klauser
      24 Gennaio 2010 at 14:26

      Molto spesso il problema non sta nella realtà delle cose, ma nella interpretazione e nell’uso che se ne fa. Questo secondo può valere per un pensiero altrui, quello di Pasolini che tu in questo caso hai citato, come per un fenomeno sociale, quale può essere la pubblicità.

    9. utente anonimo
      24 Gennaio 2010 at 14:44

      "Mio fratello e’ figlio unico perche’ non crede che nell’amaro Benedettino c’e’ il segreto della felicita’". Ti ricordi la canzone di Rino Gaetano? figlio unico della societa’. Tra l’altro, titolo ripreso di recente da un bel film italiano. Alla fine, bisogna domandarsi se veramente questo capitalismo con i suoi meccanismi (come la pubblicita’) migliori la societa’ ed il mondo. Io ho molti dubbi date le evidenze.
      Ciao

    10. klauser
      24 Gennaio 2010 at 15:33

      E chi ha mai detto il contrario!

    11. utente anonimo
      29 Gennaio 2010 at 12:19

      ti invio questa intervista, in riferimento a tutto cio’ di cui abbiamo discusso, iphone incluso.

      Latouche: «Aiuto!
      L’ebook divora i libri»
      intervista Per il teorico della decrescita, oggi ospite alla Scuola dei librai di Venezia, «on line c’è robaccia che nessuno stamperebbe»

      DI A NTONIO G IULIANO
      « S ono sempre più pessimista. Ha ragione Woody Allen quando dice che il pessimista è più informato dell’ottimista. Oggi la cultura digitale non aiuta la gente a prender coscienza dei rischi che corre il pianeta». Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi Sud, è conosciuto come il guru della decrescita. Nemico giurato del capitalismo, da anni tuona contro un modello di crescita illimitata di consumi che a suo giudizio impoverisce il pianeta e aumenta le distanze tra Nord e Sud del mondo. Anche nel suo ultimo libro in uscita, L’invenzione dell’economia (Bollati Boringhieri, pagine 258, euro 18,00), Latouche ribadisce le sue critiche a un Occidente in preda a una vera ossessione produttiva e utilitarista che sacrifica i legami sociali. E anche lo sviluppo delle nuove tecnologie digitali legate al libro non lo convincono affatto, come spiegherà oggi alla fondazione Giorgio Cini a Venezia, concludendo il pomeriggio del XXVII seminario di perfezionamento della Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri sul tema ‘Crisi dell’editoria e/o crisi di civiltà’.
      Professore perché è scettico sulle possibilità introdotte dai libri elettronici?
      «In teoria potranno senz’altro contribuire alla diffusione della cultura. Ma favoriscono la mediocrità: tutti così avranno la possibilità di pubblicare i loro deliri… Già oggi non c’è più selezione da parte di editori e librai e abbiamo un’invasione di contenuti discutibili. C’è il rischio che con la scomparsa del libro cartaceo venga meno la forza della cultura di arginare il collasso della nostra civiltà: se non usciamo da una logica capitalistica la crisi finanziaria insieme all’esaurimento delle risorse naturali (come petrolio e acqua) e i preoccupanti cambiamenti climatici saranno fatali».
      Lei pensa davvero che il libro cartaceo possa sparire?
      «Non lo so. Ma ormai la strada mi sembra segnata. Faccio parte del comitato di redazione di alcune riviste, e cerchiamo anche noi di digitalizzarle. Però non si legge una rivista digitale come quella di carta dove puoi tornare indietro, sottolineare. Ora si tende a leggere velocemente, a sorvolare più che a meditare sui testi. E c’è la corsa a mettere on line materiale che se ben ponderato non verrebbe stampato. Oggi c’è una forma di schizofrenia nel ricorrere alla digitalizzazione».
      In che senso?
      «C’è quasi un’ossessione nel voler produrre sempre oggetti nuovi come i lettori digitali. Possono senz’altro avere effetti positivi. Ma non mi pare che manchi l’accesso alla cultura oggi. Ci sono biblioteche sterminate che purtroppo vengono raramente consultate. È tipico della società della crescita produrre sempre cose fantastiche ma di cui non si ha effettivo bisogno. Io sono un nostalgico, lo ammetto, uso poco anche internet. È uno strumento formidabile, ma non mi rende più felice. Anzi mi ruba tempo per leggere e scrivere libri».
      Eppure l’evoluzione delle tecnologie digitali può senz’altro favorire un’informazione migliore e più libera. Non crede?
      «Certo. Però non avviene. Ho sempre pensato che fosse uno dei vantaggi di internet quello di evadere la censura, ma oggi vedo che non è così. I media stessi sono monopolizzati da grandi imprese economiche e finanziati dalla pubblicità delle multinazionali. Queste oligarchie di potere, che condizionano spesso anche i governi, colonizzano l’immaginario collettivo manipolando le informazioni sulle minacce che corre la Terra. Anche l’università, le istituzioni scolastiche non sono in grado di invertire la rotta. In questo senso la crisi della cultura è un segno della crisi globale».
      L’ecologismo negli ultimi tempi ha lanciato anche falsi allarmismi.
      Non le sembra di essere un po’ catastrofista?
      «L’Occidente ha
      una storia fantastica. Pensiamo solo al Rinascimento. Negli ultimi secoli però ha esportato un paradigma capitalista che ha partorito una società della crescita sconsiderata dei consumi. Con gravi danni all’ecologia, perché le risorse del pianeta non sono illimitate. Se parlo del surriscaldamento globale che determinerà una forte emigrazione dal Sud del mondo lo faccio sulla base di analisi scientifiche. Ma l’economia ha fagocitato soprattutto la società producendo una mercificazione del mondo, dove nulla ha più valore e tutto ha un prezzo. E tutte le relazioni umane sono valutate sulla base dell’utilità e della produttività».
      In che modo la cultura può generare un cambiamento?
      «C’è bisogno di una nuova consapevolezza.
      Occorre prendere atto che l’economia globalizzata e consumista ha distrutto i legami sociali esaltando la concorrenza e la competizione.
      Sta scardinando perfino la famiglia che è alla base della società. Il risultato è un supermercato mondiale che erode anche la dimensione interiore dell’uomo. Se riconosceremo questa forma di totalitarismo soft,
      riscopriremo la gioia di vivere, i valori tradizionali della religione, il rispetto per l’ambiente, la sobrietà, la solidarietà. E l’uomo potrà vivere in armonia con la natura e con gli altri».

    12. klauser
      4 Febbraio 2010 at 19:07

      Non so se mai qualcuno arriverà qui in fondo 🙂
      ma io ti rispondo con questo documento. LEGGI

    13. utente anonimo
      9 Febbraio 2010 at 14:37

      Beh l’iniziativa e’ lodevole..

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.