• La t-shirt tra moda e sovversione

    by  • 24 giugno 2018 • Eventi e progetti, Interviste, Società e costume, Vintage e storiche • 1 Comment

    [English version below]

    Il Fashion and Textile Museum di Londra ha ospitato T-shirt: Cult – Culture – Subversion, un’occasione per guardare da vicino le t-shirt che hanno cambiato il nostro modo di vestire e di pensare. Ne parliamo con Jenna Rossi-Camus, exhibition designer e co-curatrice della mostra.



    Ciao Jenna, è un piacere ospitarti sul Tatuaggio di stoffa, il mio spazio dedicato alla cultura della t-shirt dove racconto brand, iniziative e curiosità per veri appassionati di magliette. La prima domanda dunque è obbligata: come definiresti il tuo rapporto con la t-shirt?

    Il mio rapporto con la t-shirt è in continuo divenire. Questo è il motivo per cui ho iniziato il progetto e quello che ho imparato e che ho avuto tempo di esplorare sul mondo della t-shirt continua ad essere così. Nel mio armadio ho più magliette adesso di quando questo progetto ha avuto inizio e sono sicura che in futuro mi ricorderanno questo momento.

    So che lavori da anni nel campo della moda e della storia dell’abbigliamento e sei uno dei curatori (insiema a David Sinclair e Dennis Nothdruft) della mostra T-shirt: Cult – Culture – Subversion. Che importanza dai al ruolo della t-shirt nell’evoluzione della moda e, in particolare, nel modo di vestire di oggi?

    La t-shirt ha giocato molteplici ruoli nell’evoluzione politica e culturale così come nella moda. Per questo motivo la mostra ha molti temi e illustra le sovrapposizioni tra loro. Inoltre le magliette svolgono più ruoli all’interno dei singoli guardaroba e delle storie personali. La maglietta è nata come indumento intimo e “bianco/vuoto”, indossato solo in particolari situazioni, di solito in ambito sportivo e militare. Ma adesso è realmente per tutti e viene usata non solo per motivi funzionali ma anche come espressione personale e per comunicare identità individuali e collettive. A volte è ancora un’uniforme, un indumento intimo o “bianco/vuoto” ma essa ha ormai preso così tanti significati che quelle ovviamente sono solo le versioni base.


    In alto: Katharine Hamnett “Choose Life” t-shirt, 1984 (Archivio Katharine Hamnett)

    Com’è nata l’idea di dedicare un’intera mostra al fenomeno della t-shirt?

    L’idea è venuta dall’obiettivo di dedicare la mostra alla collezione personale delle magliette di Westwood e di focalizzarci sulla t-shirt come strumento di comunicazione di messaggi legati alle sottoculture punk. Questo aspetto è ancora centrale nella mostra, ma le tematiche presenti nelle magliette punk, in particolare in quelle di Westwood e McLaren, non potevano essere relegate a un solo periodo storico o a una sola collezione. Ci siamo resi conto che quell’argomento poteva essere soltanto un frammento della storia e anche piuttosto nostalgico. Nel momento in cui, da un punto di vista sociale e politico, le tematiche, le tattiche e i punti di vista della protesta politica erano così presenti nella società, e nella moda, era un imperativo per noi collegare la storia della t-shirt alle questioni e ai dibattiti attuali. Ovviamente non sarà mai esaustiva, in fondo il mondo delle magliette è in continua evoluzione e polivalente, proprio come il nostro approccio alla cura della mostra.


    In alto: Seditionaries “God save the Queen” t-shirt, c.1977 (C20 Vintage Collection)


    In alto: Vivienne Westwood indossa la t-shirt per la campagna “Climate Revolution”. Foto di Marta Lamovsek. Copyright Fashion and Textile Museum (per gentile concessione)

    Per questa mostra hai avuto modo di lavorare con due rivoluzionarie come Vivienne Westwood e Katharine Hamnett. Com’è andata?

    Abbiamo lavorato con entrambi gli archivi di Hamnett e Westwood che sono state generose nel prestarci oggetti e nel supportare la nostra ricerca. Katharine Hamnett ha inaugurato per noi la mostra ed è stato un momento eccitante. Ha disegnato un’edizione speciale della t-shirt SECOND REFERENDUM NOW, l’ha indossata durante l’evento e ne ha firmate alcune per noi, da vendere per la raccolta fondi per le attività del museo. Anche io ho messo la mia all’inaugurazione e così ho fatto da “modella” indossando sulla maglietta la lettera pro forma per i membri del parlamento stampata sul retro, durante il suo appassionato discorso di apertura della mostra. È stato un momento politico e performativo e, per me, un’occasione per incontrare un’eroina e, anche se in piccola parte, supportare il suo lavoro.


    In alto: Katharine Hamnett durante l’inaugurazione della mostra. Copyright Fashion and Textile Museum (per gentile concessione)


    In alto: Katharine Hamnett indossa la t-shirt “Second referendum now”. Copyright Fashion and Textile Museum (per gentile concessione)


    In alto: Vivienne Westwood indossa la t-shirt “Save the Arctic”. Foto di Andy Gotts MBE. Copyright Fashion and Textile Museum (per gentile concessione)

    Quelli della t-shirt e della minigonna sono stati due fenomeni molto importanti, anche se con sviluppi e dinamiche differenti. Secondo te è corretto paragonare paragonarli fra loro, nel loro comune impatto sulla cultura e sui giovani di ieri e di oggi?

    Non so se giusto o sbagliato siano realmente I termini da poter usare nel modo in cui questo argomento viene trattato. Io capisco che possano essere messi in relazione tra loro, o considerati entrambi parte delle culture giovanili degli anni Sessanta e Settanta (anche nella riscoperte e nell’imitazione) ma la t-shirt ha un impatto molto più universale e diversificato. Potrebbe sembrare ovvio, ma non so quanti uomini indossano minigonne…

    Cinema, musica, politica, moda, arte e comunicazione: le magliette hanno lasciato il segno ovunque. Te la sentiresti di dirmi le tre t-shirt che hanno cambiato il mondo?

    Ce ne sono molte, ma tre, che sono presenti nella mostra e che attraversano anche differenti aree culturali, sono: la maglietta Live-Aid, per il successo ottenuto nella raccolta fondi a favore di una causa umanitaria; la maglietta I Love NY, e “I Love NY” nel suo complesso, per aver introdotto un’icona di design che ha influenzato la cultura pop e visiva e per l’impatto che ha avuto quando è stata riproposta per rappresentare e commemorare l’11 settembre; e l’immagine del nostro manifesto, la maglietta 58% Don’t Want Pershing di Katharine Hamnett per essere stata una pioniera nell’aver cambiato il modo di pensare riguardo il potere del mondo della moda e degli stilisti, nel renderli partecipi nell’attivismo e nel dibattito politico.


    In alto: “Live Aid” t-shirt, 1985 (The Civic Collection)


    In alto: Katherine Hamnett indossa la t-shirt “58% Don’t Want Pershing” durante l’incontro con Margareth Thatcher il 17 marzo 1984. Copyright Fashion and Textile Museum (per gentile concessione)

    Come co-curatrice della mostra T-shirt: Cult – Culture – Subversion pensi che la t-shirt possa interessare il pubblico anche come oggetto di studio oltreché come indumento quotidiano?

    Certamente, questo è il motivo per cui abbiamo realizzato una mostra che la mettesse in risalto come oggetto non solo di un’evoluzione sociale ma anche degno di essere collezionato e mostrato da un museo e dalle persone.

    Messaggi, modelli, tessuti e firme. Cosa conta di più, oggi, nel mercato e nella diffusione della t-shirt?

    Sfortunatamente, penso che se la questione riguarda il mercato la risposta è sempre I soldi. Ma si spera che su piccola scala, le preoccupazioni per la sostenibilità, l’integrità del design e il desiderio del consumatore – non solo per qualcosa di economico – siano quanto meno gli elementi chiave per il futuro della t-shirt nelle nostre vite e nei nostri armadi.

    E per finire una domanda difficile. Come il primo amore, hai una maglietta che non scorderai mai?

    Ne ho molte, ma ce n’è una che ho ancora, che mi ricorda i miei primi amori che ho disegnato durante la scuola superiore per la mia performance “Sing”, nel 1994. Lo spettacolo parlava degli Ideali degli anni Sessanta, e io basai il progetto sulle grafiche psichedeliche ispirate dalla collezione di dischi dei miei genitori. Era disegnata su una tye-dye shirt ed è stata la prima volta che ho visto riprodurre un mio lavoro. È collegata anche al ricordo di una vittoria perché vincemmo la gara scolastica, nonostante i molti drammi in platea. Dunque, per me è legata al mio essere una ragazza giovane con tanti sogni di creatività e ad esperienze di amore e resilienza tipiche di quel periodo della vita. Cose che oggi porto ancora con me, proprio come questa t-shirt.

    Grazie Jenna per la disponibilità e in bocca al lupo per le tue prossime iniziative.
    Un ringraziamento speciale anche a Philippa Kelly e al Fashion and Textile Museum di Londra per le fotografie.

     


     

    English version

    T-shirt between fashion and subversion

    The Fashion and Textile Museum of London hosted the exhibition T-shirts: Cult – Culture – Subversion, an opportunity to closely look at the t-shirts that have changed the way we dress and think. We talk about it with Jenna Rossi-Camus, exhibition designer and co-curator of the exhibition

    Hi Jenna, it’s a pleasure to host you on “Tatuaggio di stoffa”, my space dedicated to the T-shirt culture, where I talk about brands, initiatives and curiosities for true fans of T-shirts. The first question, then, is mandatory: how would you define your relationship with t-shirts?

    My relationship with the t-shirt is in flux. That is why I took the project on, and what I have learned and had time to explore about the t-shirt means it continues to be that way. I have more t-shirts in my wardrobe now than when the project started, and I am sure in the future they will remind me of this time.

    I know you’ve been working in the fashion and clothing history field for years and you’re one of the curators (with David Sinclair and Dennis Nothdruft) of the T-shirt: Cult – Culture – Subversion exhibition. What importance do you give to the role of the t-shirt in the evolution of fashion and, in particular, in the way we dress today?

    The t-shirt has played multiple roles in cultural and political evolution as well as in fashion. This is why the exhibition has many themes, and also illustrates the overlaps among them. The t-shirt also plays multiple roles simultaneously in individual wardrobes and personal narratives. The t-shirt started out as a “blank” utility undergarment that was worn only in specialist circumstances, usually for sport and in the military. Yet, now it is truly egalitarian and performs not only utility functions but is a key tool for self-expression and communication of individual as well as collective identities. It is sometimes still a uniform, and undergarment, or “blank” – but it has taken on so many meanings that this is of course just the basics.

    How did the idea of ​​dedicating an entire exhibition to the phenomenon of t-shirts come about?

    The idea grew out of a plan to devise the exhibition around one individual’s collection of Westwood t-shirts, and to focus on the t-shirt as a communicator of messages associated with punk subcultures. This is still central to the exhibition – but the themes present in punk t-shirts – especially those of Westwood and McLaren couldn’t be restrained to just one era or one collection. We felt that it would only be a fragment of the story and almost too nostalgic. At a moment socially and politically when the themes, tactics and sentiments of political protest were very present in society – and in fashion – it was imperative that we connect the history of the t-shirt with current issues and dialogues. Of course it can never be comprehensive – the t-shirt is restless and polyvalent – just like our approach to curating the exhibition.

    For this exhibition you had the opportunity to work with two revolutionaries like Vivienne Westwood and Katharine Hamnett. How did it go?

    We did work with the archives of both Hamnett and Westwood who were generous in lending objects and supporting the research. Katherine Hamnett opened the exhibition for us and that was a very thrilling moment. She designed a special edition of the SECOND REFERENDUM NOW t-shirt and wore it to the event, and signed some copies for us to sell as fundraisers for the work of the museum. I wore mine at the opening too – and so I got to “model” the pro forma letter to members of Parliament on the back of the t-shirt during her impassioned speech opening the exhibition. It was a performative and political moment, and it was a moment for me of meeting a hero and supporting her work – if even in a small way.

    T-shirts and miniskirts were two very important phenomena, although they had different developments and dynamics. In your opinion, is it fair to compare them, in their common impact on culture and the youth of yesterday and today?

    I don’t know if fair or unfair is really something that can be applied to the way material culture is analysed! I see how they might be discussed in relation, or considered as part of youth cultures of the 1960s and 1970s (also in revivals and retro) but the t-shirt is more universal and more diverse in its impact. Might seem obvious – but not so many men wear miniskirts…

    Cinema, music, politics, fashion, art and communication: T-shirts have left their mark everywhere. Would you like to tell me the three t-shirts that have changed the world?

    There are many – but three that feature in the exhibition that also cross over in areas of culture are: The Live-Aid t-shirt (for its success in fundraising for a humanitarian cause) // the I Love NY t-shirt (and I love NY more than ever – introducing a design icon that influenced pop and visual culture and the impact of updating it to reflect and commemorate 9/11); and our poster image – Hamnett’s 58% Don’t Want Pershing – for being a pioneer that changed thinking around the power of fashion and fashion designers to engage in political activism and debate.

    As co-curator of the T-shirt: Cult – Culture – Subversion exhibition, do you think that t-shirts can also interest the public as an object of study as well as an everyday garment?

    Absolutely – that is why we have presented an exhibition that highlights them as objects of social history – and also as worthy of collecting and display by museums and by individuals.

    Messages, models, fabrics and signatures. What matters most, today, in the market and in the diffusion of the t-shirt?

    Unfortunately I think that if the question concerns the market the answer is always money. But hopefully on the smaller scale, concerns about sustainability, design integrity and the consumer desire – not just for something cheap – are engineering the future of the t-shirt in our lives and in our wardrobes at least.

    To finish, a hard question. Like the first love, do you have a t-shirt that you’ll never forget?

    There are many – but one that I still have and that is connected to some of my first loves is one I designed for my high school performace “Sing” in 1994. The show was about the ideals of the 1960s, and I based the design on psychedelic graphics inspired by my parents’ record collection. It was on a tye-dye shirt and it was the first time I saw my work reproduced. Also it’s connected to a memory of triumph because we won the school competition – but despite lots of off-stage drama. So it is connected for me to being a young person with creative dreams and with the experiences of love and resilience of this time of life. Things that are still with me today – just like that t-shirt.

    Thank you Jenna for your availablility and good luck on your next initiatives.
    Also special thanks to Philippa Kelly and to Fashion and Textile Museum, London for the pictures.

     
     

    One Response to La t-shirt tra moda e sovversione

    1. Pingback: Nelson Mandela, da pugile a presidente - T-shirt. Il tatuaggio di stoffaT-shirt. Il tatuaggio di stoffa

    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


    Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.